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la storia dell´area MAGHREBINA
20-04-2011 20:58 - Cultura
La primavera del mondo arabo, di Fiorenzo Grollino.
Dopo le dittature, il Medio Oriente ed il Nord Africa si avviano a riscrivere la loro storia Il Medio Oriente ed il Nord Africa si avviano a diventare un cumulo di macerie di dittature di ogni tipo, che fino ad oggi hanno tenuto in stato subumano i popoli di quella regione.
Da queste macerie incomincia a fiorire la "Primavera del mondo arabo". Tutto ha preso le mosse dall´aumento di alcuni generi alimentari, soprattutto del pane, in Tunisia, ma la rivolta del pane, per cui i giovani tunisini scesero in piazza contro il tiranno Ben Alì e la sua cricca, era motivata dalla disoccupazione e all´anelito di libertà e democrazia, che costrinsero alla fuga prima la "presidentessa" tunisina con i figli ed i parenti, e dopo il presidente Ben Alì, che aveva accumulato all´estero un tesoro di 7,6 miliardi di euro.
Subito dopo il segnale del "Risorgimento del mondo arabo", si è propagato all´Egitto, dove la principale piazza de Il Cairo è diventata il simbolo della rivolta, a cui presto si è unito, rientrato in patria, il Nobel El Barandei, che ha infiammato quella piazza. Mubarak ha tentato di resistere con alcuni diversivi: la promessa di riforme e un nuovo governo con gli stessi generali che dividevano con lui il potere, ma la piazza ha resistito ed i rivoltosi sono stati irremovibili, chiedendo l´immediata uscita dal paese di Mubarak e dei suoi accoliti, e la calma è ritornata con l´allontanamento del tiranno, che ha nei forzieri di mezzo mondo 50,7 miliardi di euro, oltre a proprietà immobiliari di pregio a Londra e altrove. La rivolta ormai divampa, non si ferma più, perché è la rivolta di tutto il popolo arabo, ed ha raggiunto la Libia, ove regna il tiranno più sanguinario della storia mediorientale, Muammar Gheddafi, che ha conquistato il potere nel 1969, iniziando le prove da terrorista senza scrupoli del mare e dei cieli, armato fino ai denti grazie ai soldi del petrolio, ed ha confiscato i beni degli ex coloni italiani che sono stati costretti, abbandonando tutto, a tornare in Italia. Ha portato l´attacco alla stessa Italia, lanciando missili contro l´isola di Lampedusa, che per fortuna non sono arrivati sulla terraferma. In tempi vicini a noi Gheddafi ha abbandonato i panni del terrorista ed è stato sdoganato dall´Occidente, Italia e Francia in testa. L´Italia ha sottoscritto un trattato con la Libia, diventando il maggior partner negli scambi commerciali, ed ha firmato accordi per centinaia di miliardi di euro a favore delle maggiori imprese italiane. L´ENI si è accaparrato buona parte del petrolio libico. La rivolta del popolo libico ha preso in contropiede Gheddafi, che, dopo i primi momenti di incertezza, con i figli ha organizzato la carneficina del suo popolo con mercenari e cecchini prezzolati, muovendo le forze armate di terra e di cielo che hanno attaccato i rivoltosi nelle città chiave libiche, come Bengasi e Tobruk in Cirenaica, ed i centri di produzione del petrolio. Per fermare la decimazione di un popolo il consiglio di sicurezza dell´ONU ha approvato la risoluzione "1973" che ha consentito ai paesi volenterosi dell´Occidente di attaccare per via aerea l´esercito di Gheddafi, distruggendone l´aviazione ed i carri armati, tanto che i ribelli libici prima vittoriosi e poi sconfitti, sono ritornati vincitori negli scontri con l´esercito e i mercenari di Gheddafi, anche se la situazione è sempre confusa. La Francia, spinta dal presidente Nicolas Sarkozy, alla ricerca del consenso popolare perduto, ha attaccato per prima il fortino libico con la propria aviazione, seguita dall´Inghilterra. Ogni paese fa per sé, non c´è alcun coordinamento: né con la NATO né con l´Unione europea, che appare debole e senza una strategia per il Mediterraneo, non avendo una politica estera e di difesa comuni. Alla fine dopo interminabili discussioni il Consiglio Atlantico riesce a trovare una soluzione che riporta i paesi belligeranti sotto il comando NATO, mentre l´Italia ha messo a diposizione del Comando NATO di Napoli la propria forza navale. Rese inoffensive le forze di terra e dell´aria libiche, Francia e Inghilterra pensano ad una via politico - diplomatica per uscire dal conflitto, avendo di mira il petrolio, mentre su Nicolas Sarkozy, novello Napoleone di Libia, incombe il compito di venir fuori dal delirio di onnipotenza mediatica in cui si è cacciato. Il ministro degli esteri Franco Frattini ha dichiarato che l´Italia non intende cedere, quale potenza mediterranea, la cabina di regia per la Libia all´alleanza anglo - francese, e cercherà di ricucire l´Europa divisa ormai in due o tre pezzi per giungere ad una Road map per definire le tappe di una transizione che porti dalla crisi alla nuova Libia. La conferenza di Londra di martedì 29 marzo, alla quale hanno partecipato 37 paesi, si è mossa sulla linea tracciata dal segretario di Stato americano Hillary Clinton: "l´azione militare in Libia continuerà fintanto che il leader libico Muammar Gheddafi non si piegherà alla risoluzione dell´Onu. La comunità internazionale deve aumentare la pressione e allargare l´isolamento di Gheddafi. La pressione politica e diplomatica farà si che il rais libico capirà che se ne deve andare. Dobbiamo inseguire l´idea di una Libia che non appartiene a un dittatore". Ha varato un Gruppo di contatto di venti paesi, tra cui l´Italia, che si riunirà periodicamente per monitorare e dirigere gli sviluppi politici della crisi libica, ora che la gestione militare è passata alla NATO. Le prossime riunioni del Gruppo saranno in Qatar e a Roma. Ma nello scacchiere nordafricano ci sono altre realtà politiche in movimento, altri paesi percossi da popoli in rivolta, protesi verso nuovi assetti istituzionali con la cacciata dei tiranni che tengono in stato di soggezione questi popoli, che, grazie alle nuove forze di opposizione, hanno preso coscienza dei loro diritti. Di fronte ai movimenti insurrezionali, i tiranni tentano di reprimerli nel sangue, e la repressione è tanto più violenta quanto più alta è la posta in gioco. Prendiamo la Siria, dove gli Assad sono al potere dal 1971, da padre in figlio, ed in 30 anni hanno fatto sparire 17 mila persone, le truppe di Assad sparano sui manifestanti, provocando diecine di morti. Il governo si è dimesso, ma il presidente Assad non molla la presa. Nello Yemen, dove c´è un presidente, Alì Abdullah Saleh, al potere da 32 anni, che resiste e promette di dimettersi nel 2012, in quanto, a suo dire, vorrebbe concludere il mandato, mentre le forze ribelli, accerchiate dalle forze di sicurezza, premono perché lasci la capitale Sana´a. Nel Bahrein gli insorti sono scesi in piazza in diversi quartieri della capitale Manama per chiedere una nuova Costituzione, ma sono stati dispersi con parecchi morti dalle forze dell´ordine. In Giordania, Marocco, Arabia Saudita e Algeria si susseguono manifestazioni di piazza: ad Amman ci sono stati 130 feriti, diecine di giovani arrestati ed un manifestante ucciso; in Marocco, dopo l´annuncio del re di una serie di riforme, un sit - in di giornalisti chiede libertà di espressione ed una nuova Costituzione; in Arabia Saudita i manifestanti hanno chiesto la liberazione dei detenuti politici e l´anziano re nel timore che la "primavera araba" possa investire il ricco regno del Golfo, ha varato un piano di aiuti di 93 miliardi di dollari; in Algeria, infine, le ondate di protesta hanno indotto il presidente Boutefhika a revocare lo stato di emergenza in vigore dal 1992. La catena di rivolte, che si è innescata nel volgere di meno di un mese in Medio Oriente ed in Nord Africa, impensabile alla vigilia, ha colto di sorpresa le cancellerie di tutto il mondo, creando uno stato di incertezza nella Comunità internazionale. È chiaro che da queste rivolte, con i tiranni costretti alla fuga, nascerà un nuovo ordine con i nuovi leader che si stanno facendo avanti in questo magma incandescente. Chi sono costoro e come si schiereranno? È presto per dirlo. L´Occidente, non solo gli Stati Uniti, quale potenza mondiale, ma soprattutto l´Unione europea, quale potenza mediterranea con l´Italia, la Grecia, la Spagna, Cipro e Malta, divisa e senza politica estera e di difesa comuni, deve stare in guardia per creare nuovi rapporti, essendo falliti il patto di Barcellona del 1995 e l´Unione euro - mediterranea.