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CONTINUA: Gli stati sono diventati tecnostrutture di potere nelle mani di lobbies aggressive, più o meno sofisticate.
20-04-2011 20:30 - Cultura
Sotto le macerie del muro... ancora
Alessandro Ceci In realtà, dopo questo conflitto libico, le nazionalità distese su piattaforme continentali, saranno più chiuse, più rigide. L´ipotesi di istituzioni di governo denominate democratiche, per non dire disponibili, è una mera illusione. Che cosa di più forte dell´amore? La morte.
L´amore è più forte della morte soltanto nella dimensione individuale, letteraria, personale; ma, nella dimensione soggettiva, sociale, collettiva, la morte è il processo identificativo assolutamente più potente noto. Gli antichi egiziani ci hanno insegnato la potenza della funzione identitaria nello spazio e nel tempo della morte. La vita di ciascun egiziano era ossessionata da due elementi fondamentali: la costruzione della propria tomba (e quella dei genitori) nel luogo in cui si è nati; il giudizio del Tribunale dei Morti dopo la vita. La funzione di identità nello spazio e nel tempo della morte: il più potente, assolutamente connotativo e condizionante, vincolo di appartenenza che la storia conosca. Se l´impegno di una vita è quello di costruire una tomba dove sei nato, non necessariamente dove sono i tuoi genitori, ma il posto in cui sei venuto al mondo, indipendentemente da chi ti ha partorito, te la porti dentro la città. Hai costantemente di fronte a te la morte che ti ricorda il vincolo identitario della vita. Della tua vita come atto - la tomba nella città in cui sei nato (lo spazio) - e la tua vita come processo - il giudizio sul come ti sei comportato di fronte al Tribunale dei morti (il tempo)-. La morte è il vicolo di identità assoluto del luogo e degli anni in cui sei vissuto, il legame più indissolubile allo spazio e al tempo della tua presenza nel mondo. Dopo seimila anni di storia è stato lo stesso assoluto vincolo identitario della morte che ha costruito le nostre nazionalità risorgimentali e partigiane. Lo stesso vincolo identitario terroristico dei Kamikaze di Al Qaeda che ha costruito l´identità nazionale islamica oltre l´appartenenza religiosa. Lo stesso vincolo identitario della morte degli eroi giapponesi che rafforza il vincolo di appartenenza nazionale contro le catastrofi della natura e quelle degli umani. Sono illusi dunque gli occidentali a credere che le loro bombe apriranno uno spazio a governi democratici e ai diritti umani per non dire a governi disponibili ai doveri commerciali. I morti che quelle bombe produrranno, civili o militari, mercenari o militanti, rafforzeranno invece il vincolo identitario del popolo libico dentro la nazionalità islamica. Già oggi si comincia a pensare a dove dislocare le tombe e come affrontare il Tribunale dei morti. Le bombe e gli oscuri martiri che le subiscono affermano indissolubilmente il tempo e lo spazio della propria storicità. In questo modo si esalta il vincolo identitario della propria esclusiva ed escludente nazionalità, fatta di eroi e assassini, mostri e criminali, sostenitori e sostenuti, vittime e colpevoli; fatta di morte. In una prima fase, dunque, avremo regimi condiscendenti, disponibili, riconosciuti. Poi le nazionalità elaboreranno il lutto e si presenteranno sul proscenio del mondo più chiuse, più ossessive, decisamente più connotative e condizionanti di oggi. Quella guerra, con i suoi morti, è un acceleratore nazionale potentissimo ai confini comunicativi dei popoli e degli individui: insuperabilmente assorbiti dalla esaltazione della propria identità, della propria unicità, dalla propria appartenenza. Ripeto: non soltanto esclusiva, ma pericolosamente escludente. Pertanto, quelle bombe ci sprofonderanno sempre più sotto le macerie del muro di Berlino, nel vuoto di legittimità in cui è finito da allora il sistema delle relazioni internazionali. Lo so che l´esigenza era forte e il tiranno libico non poteva restare. Ma bisognava pensarci prima di vendere le armi con cui ha assassinato il suo popolo, prima di osannarlo ed esaltarlo in pompa magna con la sua violenta affermazione di forza. L´egemonia politica, come criterio di legittimazione della governance, si sostiene con piccole importanti decisioni e azioni quotidiane, oltre ogni plateale applauso mediatico e televisivo. La supremazia politica, come atto di forza delegittimata dei governi, si afferma con colpi di teatro e azioni di guerra, attestazioni di potenza con prospettiva elettorale immediata per tutti, per chi deve essere rieletto prossimamente e per chi crede nella quotidiana esaltazione di sé. Ma questi morti saranno il vincolo di chiusura delle identità nazionali e nazionaliste, autoreferenziali e vendicative. Nazionalità distese su piattaforme continentali che confliggeranno simmetricamente ed asimmetricamente fra di loro e fra di noi, ovunque si trovino comunque sui nostri figli, per colpa di governanti che impongono la supremazia militare delle armi, perché non sanno gestire l´egemonia militante della politica.